DIBATTITO SUL TEMA: PERIFERIE IN LOTTA ?
MARTEDI’ 29 NOVEMBRE 2011
PRESSO IL CSOA AURO E MARCO DI SPINACETO
H: 19:00 DIBATTITO SUL TEMA: PERIFERIE IN LOTTA ?
INTERVERRANNO AL DIBATTITO NUMEROSE REALTA’ CHE OPERANO NELLE PERIFERIE
ROMANE, CON VIDEO E MATERIALI.
"valorizzare un atteggiamento di inchiesta permanente su temi che noi consideriamo importanti
come il territorio e la metropoli, cosa sono e come si trasformano le periferie, e come si
costruiscono battaglie sociali sui territori e nelle periferie abbandonate delle metropoli globali.
Il punto interrogativo del titolo di questo dibattito è per noi elemento costituente per evitare
di affrontare temi e questioni sociali con l'atteggiamento di chi ha la risposta pronta in tasca e
soprattutto evitare di sostenere che l'alchimia magica tra crisi e precarietà farà scattare rivolte
e ribellioni generalizzate che ci consegneranno un mondo migliore.
A nostro giudizio non esistono formule magiche e anche il metodo con cui si costruiscono
strumenti dell'intervento politico e sociale è già di per se un atto politico di ribellione che
prefigura il mondo che vorremmo.
Quello che crediamo di avere in comune è la volontà di trasformare la crisi in opportunità, e i
nostri territori da territori produttivi in territori ribelli, valorizzando il lavoro politico, sociale e
culturale, che si è prodotto, anche se con molte discontinuità e difficoltà, in questi anni."
A SEGUIRE:
CENA DI SOTTOSCRIZIONE PER
IL COMITATO DI LOTTA RI8 DI TOR BELLA MONACA
MENU’ CASERECCIO CON LASAGNE, ARRABBIATA, INSALATA VEGETARIANA, POLPETTONE,
DOLCI FATTI IN CASA E VINO BIOLOGICO
DOVE CSOA AURO E MARCO
Viale caduti nella guerra di liberazione n°268 SPINACETO - ROMA.
PER INFO: tel: 389 8956843
mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
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Stiamo vivendo gli anni della crisi permanente di una forma del capitalismo, dove l' Europa,
gli U.S.A. e l'occidente in generale stanno perdendo definitivamente il loro ruolo di guida
economica del capitalismo mondiale. L'avvento di mondi economici e di organizzazioni e
capitali dalla Cina, dall'India, dalla Russia, dal Brasile, hanno definitivamente messo in crisi
l'universo culturale che l'occidente ricco e potente aveva costruito negli anni del dopo-
guerra. In questo contesto le forme capitalistiche hanno subito forti e radicali mutamenti e
rivolgimenti, si è spostata con forza e decisione la produzione di beni materiali in oriente, la
gestione e la privatizzazione delle grandi risorse idriche ed energetiche, ha mutato i rapporti
di forza nell'economia globale e globalizzata. In questo contesto, alle nostre latitudini,
stiamo assistendo ad una radicale riorganizzazione del capitalismo economico e finanziario,
ormai le politiche di governance delegate ai partiti lobbies, non bastano più a garantire i
profitti enormi e spropositati a cui aspira la finanza internazionale. Il capitalismo
occidentale si sta ristrutturando, costruendo nuove forme del proprio potere e sta
riconquistando privilegi persi negli anni '60 e '70 a causa delle lotte operaie e proletarie, e
stiamo assistendo ad una vera e propria corsa all'oro da parte della finanza e delle
organizzazioni bancarie alla conquista degli stati nazionali. Esempio tra i più recenti la
nomina di Monti primo ministro in Italia, ma pensiamo anche alla situazione greca, al
periodo precedente della Grosse-Koalition in Germania, fino a risalire ai governi del Fondo
monetario internazionale in paesi del centro e del Sud-America come l'Argentina. In questo
campo di forze interpretiamo quindi la crisi del capitalismo non come momento di
debolezza, ma come momento di transizione da una forma del capitalismo neoliberista dove
era necessaria la mediazione della politica, almeno in occidente, ad una nuova forma del
capitalismo, dove l'economia è il motore della politica globale e dove lo stato o racchiude in
se tutto il potenziale economico, gestionale e militare come vediamo in Cina e lo gestisce in
forma oligarchica, oppure di converso gli stati si trasformano in mere agenzie di
sorveglianza e punizione della convivenza civile, consegnando il potere di fatto in mano ai
banchieri ed ai finanzieri, per costruire una oligarchia globale che utilizza il mondo come
una sua esclusiva proprietà. L'attacco che viene portato nel nostro paese, ed in tutta Europa,
riguarda inoltre tutte le conquiste che i movimenti sociali e politici rivoluzionari degli
anni '60 e '70 hanno ottenuto su temi come i diritti sul lavoro, la redistribuzione della
ricchezza, le libertà e i diritti civili, per ristabilire l'ordine dello sfruttamento dei potenti e
cancellare quel brivido di rivolte e rivoluzioni che ha caratterizzato il secolo passato. Sui
territori questo si trasforma in privatizzazioni non solo degli spazi e dei luoghi fisici, ma
anche nella privatizzazione dei diritti fondamentali di ogni essere umano, come il diritto
all'abitare, all'acqua, alla salute, al vivere ecosistemico, alla comunicazione ed alla cultura
trasformandoli in merce e negando la libertà di movimento di esseri umani attraverso
l'imposizione di frontiere o regolamentandone i flussi attraverso la coercizione del lavoro,
della precarietà e del consumo. Questa trasformazione della vita e dei territori in luoghi
dell'accumulazione capitalistica ha un forte impatto anche sulle dinamiche sociali e
politiche. Il territorio in cui si vive nelle metropoli, spesso nella solitudine produttivistica-
consumistica, è quindi un luogo dove le potenzialità umane vengono spogliate e messe al
lavoro, dove si trasforma la collettività in social-network sui territori della rete, dove si
trasforma e si mistifica la solidarietà in servizio sociale o in servizio al cittadino, all'utente,
e dove infine gli esseri umani si trasformano in consumatori. Nelle periferie questi
meccanismi si radicalizzano e divengono palesi, perchè le contraddizioni sistemiche si
sommano alla precarietà economica e culturale, e si sommano a loro volta alla mancanza di
una visione del mondo altra, dove quindi il pensiero unico del capitalismo è la forma di vita,
faticosa, sacrificante, deprimente, ma unica, sola, sfavillante ed incontrastabile. Eppure
l'umanità nascosta nelle periferie, non più solo territori altri e lontani dalla città vetrina, ma
anche territori prossimi e dentro la città vetrina che si estende ovunque la porti il consumo,
tende negli anni a far sentire sempre più spesso la propria voce come successo in Francia,
nel 2005, e più recentemente in Tunisia, in Egitto in Inghilterra e negli U.S.A. Spesso
queste rivolte vengono analizzate da un punto di vista sociologico o mediatico evitando di
fornirne una lettura politica che non sia quella del potere, e soprattutto negando la valenza
politica che esse hanno in uno scontro tra soggetti dominanti e soggetti dominati nella
società attuale. Abbiamo visto anche in Italia come l'incontro complesso e variegato nelle
piazze che i movimenti hanno determinato negli ultimi anni durante le mobilitazioni contro
il governo Berlusconi del 14 Dicembre 2010, nelle periferie trasformate in discariche di
Chiaiano e Terzigno, nelle Valli dei NO-TAV, ed ultimamente il 15 Ottobre 2011 nella
manifestazione contro l'austerity, tra soggetti sociali differenti e molteplici, con il ritorno
nelle piazze di uomini e donne provenienti dalle periferie delle metropoli italiane, ha
mostrato l'inadeguata relazione umana e politica tra il movimento e gli altri soggetti precari
che subiscono la crisi, e la subiscono doppiamente perchè nessuna forma politica, nemmeno
quella autorganizzata riesce a rappresentare una opzione per la rabbia e le necessità che
nascono sui territori delle periferie metropolitane.
A partire da questa breve analisi vogliamo aprire uno spazio di dibattito che abbia
l'ambizione di porsi domande, di valorizzare un atteggiamento di inchiesta permanente su
temi che noi consideriamo importanti come il territorio e la metropoli, cosa sono e come si
trasformano le periferie, e come si costruiscono battaglie sociali sui territori abbandonati
delle metropoli globali. Il punto interrogativo del titolo di questo dibattito è per noi
elemento costituente, per evitare di affrontare temi e questioni sociali con l'atteggiamento
di chi ha la risposta pronta in tasca e soprattutto evitare di sostenere che l'alchimia tra crisi
e precarietà farà scattare rivolte e ribellioni generalizzate che ci consegneranno un mondo
migliore. A nostro giudizio non esistono formule magiche e anche il metodo con cui si
costruiscono strumenti dell'intervento politico e sociale è già di per se un atto politico di
ribellione che prefigura il mondo che vorremmo. Non crediamo che si possa entrare nei
territori a gamba tesa imponendo una propria visione del mondo, ma riteniamo che si
debba leggere ed interpretare la composizione sociale sui territori, crediamo sia necessario
ascoltare le istanze e gli elementi di rottura che i soggetti vivono e propongono, e soprattutto
costruire una lettura della crisi che sia condivisa e non giornalistica tra tutti i soggetti precari
e in via di precarizzazione, e per costruire insieme la nostra via di uscita, non dalla crisi
del capitalismo, ma dal capitalismo come forma unica di vita. Riteniamo inoltre che non si
possa usare una interpretazione ed una lettura di classe delle periferie ferma agli anni' 70
perchè altrimenti rischiamo di proporre strumenti, parole d'ordine e forme comunicative e di
intervento politico e sociale non adatti alla nuova composizione delle precarietà, rischiando
quindi di auto-rinchiuderci in ipotesi non solo marginali ma meno che residuali. Crediamo
infine e vorremmo condividere che esistono già dei punti fermi su cui questo dibattito possa
poggiare per muovere i suoi primi passi.
Intanto l'irrapresentabilità politica dei precari e delle precarie, è un grande spazio di
opportunità che ci permette di mettere in crisi le attuali forme della produzione e della
riproduzione della politica, e ci permette di affermare che siamo al capolinea della
democrazia del voto, e che questo ci fa stare di fronte ad un bivio, o si spinge verso
l'autogestione e l'autorganizzazione di una società libera dal capitalismo, cosa che tiene
insieme tutti i soggetti singoli e collettivi di questo dibattito, oppure si apre il buco nero
dell'antipolitica e della organizzazione autoritaria della vita in comune. Altro elemento che
crediamo ci tenga insieme è il “comune”, ossia quell'insieme di materiale ed immateriale
che forma la nostra vita, pensiamo all'acqua, alla terra, all'aria, alla libertà, al tempo,
alla collettività, che non possono più essere considerati come beni o merci, ma elementi
fondamentali per costruire oggi la vita che vorremmo, libera dal mercato, ma anche libera
dallo stato. Crediamo quindi che il “comune” è lo spazio politico nel quale muoversi per
costruire un presente di lotte, per un futuro di vita libera, felice e collettiva. Infine l'ultimo
elemento che ci fa sentire affini è la volontà di trasformare la crisi in opportunità, e i nostri
territori da territori produttivi in territori ribelli, valorizzando il lavoro politico, sociale e
culturale, che si è prodotto, anche se con molte discontinuità e difficoltà, in questi anni.
Ovviamente non basta quanto già fatto finora per rendere tangibile questo ultimo elemento,
ma abbiamo bisogno di spingere il ragionamento oltre e individuare collettivamente le
lotte locali che portino avanti una idea di mondo altro e comune. Dobbiamo confrontarci
approfonditamente e con pari dignità in ognuna delle scelte che decideremo di fare insieme,
e potremmo costruire una sede di dibattito e intervento politico, sociale e culturale se
abbiamo la volontà di ascoltarci, di parlarci e di mettere in relazione le nostre esperienze.
29 NOVEMBRE 2011.
ORE 19 C.S.O.A. AURO E MARCO
Viale caduti nella guerra di liberazione n°268 SPINACETO - ROMA.
A seguire cena sociale a sostegno del
Comitato di lotta RI8 TOR BELLA MONACA.
Contatti:
tel: 389 8956843
mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
sede: via san biagio platani 322
PRESSO IL CSOA AURO E MARCO DI SPINACETO
H: 19:00 DIBATTITO SUL TEMA: PERIFERIE IN LOTTA ?
INTERVERRANNO AL DIBATTITO NUMEROSE REALTA’ CHE OPERANO NELLE PERIFERIE
ROMANE, CON VIDEO E MATERIALI.
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come il territorio e la metropoli, cosa sono e come si trasformano le periferie, e come si
costruiscono battaglie sociali sui territori e nelle periferie abbandonate delle metropoli globali.
Il punto interrogativo del titolo di questo dibattito è per noi elemento costituente per evitare
di affrontare temi e questioni sociali con l'atteggiamento di chi ha la risposta pronta in tasca e
soprattutto evitare di sostenere che l'alchimia magica tra crisi e precarietà farà scattare rivolte
e ribellioni generalizzate che ci consegneranno un mondo migliore.
A nostro giudizio non esistono formule magiche e anche il metodo con cui si costruiscono
strumenti dell'intervento politico e sociale è già di per se un atto politico di ribellione che
prefigura il mondo che vorremmo.
Quello che crediamo di avere in comune è la volontà di trasformare la crisi in opportunità, e i
nostri territori da territori produttivi in territori ribelli, valorizzando il lavoro politico, sociale e
culturale, che si è prodotto, anche se con molte discontinuità e difficoltà, in questi anni."
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gli U.S.A. e l'occidente in generale stanno perdendo definitivamente il loro ruolo di guida
economica del capitalismo mondiale. L'avvento di mondi economici e di organizzazioni e
capitali dalla Cina, dall'India, dalla Russia, dal Brasile, hanno definitivamente messo in crisi
l'universo culturale che l'occidente ricco e potente aveva costruito negli anni del dopo-
guerra. In questo contesto le forme capitalistiche hanno subito forti e radicali mutamenti e
rivolgimenti, si è spostata con forza e decisione la produzione di beni materiali in oriente, la
gestione e la privatizzazione delle grandi risorse idriche ed energetiche, ha mutato i rapporti
di forza nell'economia globale e globalizzata. In questo contesto, alle nostre latitudini,
stiamo assistendo ad una radicale riorganizzazione del capitalismo economico e finanziario,
ormai le politiche di governance delegate ai partiti lobbies, non bastano più a garantire i
profitti enormi e spropositati a cui aspira la finanza internazionale. Il capitalismo
occidentale si sta ristrutturando, costruendo nuove forme del proprio potere e sta
riconquistando privilegi persi negli anni '60 e '70 a causa delle lotte operaie e proletarie, e
stiamo assistendo ad una vera e propria corsa all'oro da parte della finanza e delle
organizzazioni bancarie alla conquista degli stati nazionali. Esempio tra i più recenti la
nomina di Monti primo ministro in Italia, ma pensiamo anche alla situazione greca, al
periodo precedente della Grosse-Koalition in Germania, fino a risalire ai governi del Fondo
monetario internazionale in paesi del centro e del Sud-America come l'Argentina. In questo
campo di forze interpretiamo quindi la crisi del capitalismo non come momento di
debolezza, ma come momento di transizione da una forma del capitalismo neoliberista dove
era necessaria la mediazione della politica, almeno in occidente, ad una nuova forma del
capitalismo, dove l'economia è il motore della politica globale e dove lo stato o racchiude in
se tutto il potenziale economico, gestionale e militare come vediamo in Cina e lo gestisce in
forma oligarchica, oppure di converso gli stati si trasformano in mere agenzie di
sorveglianza e punizione della convivenza civile, consegnando il potere di fatto in mano ai
banchieri ed ai finanzieri, per costruire una oligarchia globale che utilizza il mondo come
una sua esclusiva proprietà. L'attacco che viene portato nel nostro paese, ed in tutta Europa,
riguarda inoltre tutte le conquiste che i movimenti sociali e politici rivoluzionari degli
anni '60 e '70 hanno ottenuto su temi come i diritti sul lavoro, la redistribuzione della
ricchezza, le libertà e i diritti civili, per ristabilire l'ordine dello sfruttamento dei potenti e
cancellare quel brivido di rivolte e rivoluzioni che ha caratterizzato il secolo passato. Sui
territori questo si trasforma in privatizzazioni non solo degli spazi e dei luoghi fisici, ma
anche nella privatizzazione dei diritti fondamentali di ogni essere umano, come il diritto
all'abitare, all'acqua, alla salute, al vivere ecosistemico, alla comunicazione ed alla cultura
trasformandoli in merce e negando la libertà di movimento di esseri umani attraverso
l'imposizione di frontiere o regolamentandone i flussi attraverso la coercizione del lavoro,
della precarietà e del consumo. Questa trasformazione della vita e dei territori in luoghi
dell'accumulazione capitalistica ha un forte impatto anche sulle dinamiche sociali e
politiche. Il territorio in cui si vive nelle metropoli, spesso nella solitudine produttivistica-
consumistica, è quindi un luogo dove le potenzialità umane vengono spogliate e messe al
lavoro, dove si trasforma la collettività in social-network sui territori della rete, dove si
trasforma e si mistifica la solidarietà in servizio sociale o in servizio al cittadino, all'utente,
e dove infine gli esseri umani si trasformano in consumatori. Nelle periferie questi
meccanismi si radicalizzano e divengono palesi, perchè le contraddizioni sistemiche si
sommano alla precarietà economica e culturale, e si sommano a loro volta alla mancanza di
una visione del mondo altra, dove quindi il pensiero unico del capitalismo è la forma di vita,
faticosa, sacrificante, deprimente, ma unica, sola, sfavillante ed incontrastabile. Eppure
l'umanità nascosta nelle periferie, non più solo territori altri e lontani dalla città vetrina, ma
anche territori prossimi e dentro la città vetrina che si estende ovunque la porti il consumo,
tende negli anni a far sentire sempre più spesso la propria voce come successo in Francia,
nel 2005, e più recentemente in Tunisia, in Egitto in Inghilterra e negli U.S.A. Spesso
queste rivolte vengono analizzate da un punto di vista sociologico o mediatico evitando di
fornirne una lettura politica che non sia quella del potere, e soprattutto negando la valenza
politica che esse hanno in uno scontro tra soggetti dominanti e soggetti dominati nella
società attuale. Abbiamo visto anche in Italia come l'incontro complesso e variegato nelle
piazze che i movimenti hanno determinato negli ultimi anni durante le mobilitazioni contro
il governo Berlusconi del 14 Dicembre 2010, nelle periferie trasformate in discariche di
Chiaiano e Terzigno, nelle Valli dei NO-TAV, ed ultimamente il 15 Ottobre 2011 nella
manifestazione contro l'austerity, tra soggetti sociali differenti e molteplici, con il ritorno
nelle piazze di uomini e donne provenienti dalle periferie delle metropoli italiane, ha
mostrato l'inadeguata relazione umana e politica tra il movimento e gli altri soggetti precari
che subiscono la crisi, e la subiscono doppiamente perchè nessuna forma politica, nemmeno
quella autorganizzata riesce a rappresentare una opzione per la rabbia e le necessità che
nascono sui territori delle periferie metropolitane.
A partire da questa breve analisi vogliamo aprire uno spazio di dibattito che abbia
l'ambizione di porsi domande, di valorizzare un atteggiamento di inchiesta permanente su
temi che noi consideriamo importanti come il territorio e la metropoli, cosa sono e come si
trasformano le periferie, e come si costruiscono battaglie sociali sui territori abbandonati
delle metropoli globali. Il punto interrogativo del titolo di questo dibattito è per noi
elemento costituente, per evitare di affrontare temi e questioni sociali con l'atteggiamento
di chi ha la risposta pronta in tasca e soprattutto evitare di sostenere che l'alchimia tra crisi
e precarietà farà scattare rivolte e ribellioni generalizzate che ci consegneranno un mondo
migliore. A nostro giudizio non esistono formule magiche e anche il metodo con cui si
costruiscono strumenti dell'intervento politico e sociale è già di per se un atto politico di
ribellione che prefigura il mondo che vorremmo. Non crediamo che si possa entrare nei
territori a gamba tesa imponendo una propria visione del mondo, ma riteniamo che si
debba leggere ed interpretare la composizione sociale sui territori, crediamo sia necessario
ascoltare le istanze e gli elementi di rottura che i soggetti vivono e propongono, e soprattutto
costruire una lettura della crisi che sia condivisa e non giornalistica tra tutti i soggetti precari
e in via di precarizzazione, e per costruire insieme la nostra via di uscita, non dalla crisi
del capitalismo, ma dal capitalismo come forma unica di vita. Riteniamo inoltre che non si
possa usare una interpretazione ed una lettura di classe delle periferie ferma agli anni' 70
perchè altrimenti rischiamo di proporre strumenti, parole d'ordine e forme comunicative e di
intervento politico e sociale non adatti alla nuova composizione delle precarietà, rischiando
quindi di auto-rinchiuderci in ipotesi non solo marginali ma meno che residuali. Crediamo
infine e vorremmo condividere che esistono già dei punti fermi su cui questo dibattito possa
poggiare per muovere i suoi primi passi.
Intanto l'irrapresentabilità politica dei precari e delle precarie, è un grande spazio di
opportunità che ci permette di mettere in crisi le attuali forme della produzione e della
riproduzione della politica, e ci permette di affermare che siamo al capolinea della
democrazia del voto, e che questo ci fa stare di fronte ad un bivio, o si spinge verso
l'autogestione e l'autorganizzazione di una società libera dal capitalismo, cosa che tiene
insieme tutti i soggetti singoli e collettivi di questo dibattito, oppure si apre il buco nero
dell'antipolitica e della organizzazione autoritaria della vita in comune. Altro elemento che
crediamo ci tenga insieme è il “comune”, ossia quell'insieme di materiale ed immateriale
che forma la nostra vita, pensiamo all'acqua, alla terra, all'aria, alla libertà, al tempo,
alla collettività, che non possono più essere considerati come beni o merci, ma elementi
fondamentali per costruire oggi la vita che vorremmo, libera dal mercato, ma anche libera
dallo stato. Crediamo quindi che il “comune” è lo spazio politico nel quale muoversi per
costruire un presente di lotte, per un futuro di vita libera, felice e collettiva. Infine l'ultimo
elemento che ci fa sentire affini è la volontà di trasformare la crisi in opportunità, e i nostri
territori da territori produttivi in territori ribelli, valorizzando il lavoro politico, sociale e
culturale, che si è prodotto, anche se con molte discontinuità e difficoltà, in questi anni.
Ovviamente non basta quanto già fatto finora per rendere tangibile questo ultimo elemento,
ma abbiamo bisogno di spingere il ragionamento oltre e individuare collettivamente le
lotte locali che portino avanti una idea di mondo altro e comune. Dobbiamo confrontarci
approfonditamente e con pari dignità in ognuna delle scelte che decideremo di fare insieme,
e potremmo costruire una sede di dibattito e intervento politico, sociale e culturale se
abbiamo la volontà di ascoltarci, di parlarci e di mettere in relazione le nostre esperienze.
29 NOVEMBRE 2011.
ORE 19 C.S.O.A. AURO E MARCO
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