Coordinamento Cittadino Lotta per la Casa

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Lettera dalle famiglie di Santi Apostoli dopo sette mesi di vita sotto il porticato di una chiesa

 
 
Eccoci qua,
siamo i “Santi Apostoli”, circa trenta famiglie vittime di una situazione politica che ci ha portato a vivere per sette mesi sotto il porticato di una casa: i “migranti”, così ci hanno chiamato. Cosa che non abbiamo mai capito perché nessuno di noi è mai uscito dal pianeta Terra!
Prima di raccontarvi la nostra esperienza, pensiamo sia giusto aprirvi gli occhi su ciò che sta realmente accadendo nel nostro paese, l’Italia. E sì, diciamo “nostro” perché anche se veniamo respinti e denigrati ogni giorno dallo stato italiano, qui mangiamo e qui dormiamo, qui abbiamo concepito, cresciuto e istruito i nostri figli, qui lavoriamo, qui spendiamo e qui soffriamo.
In Italia la popolazione è arrivata al punto di non potersi permettere di pagare un affitto, e non parliamo di singole persone ma di interi nuclei famigliari, sfrattati per i mancati pagamenti.
Gli affitti sono troppo alti, combaciano ormai con i nostri stipendi. Un nucleo composto da madre, padre e figlio (uno!) è costretto a dover fare più di un lavoro a testa solo per mantenere le spese affittuarie, luce, acqua, gas, oltre alle spese alimentari e quelle necessarie ai bisogni primari.
I lavori non sono più sicuri. Un anno lavori, l’anno dopo ti ritrovi a riconsegnare curriculum o a fare chiamate, neanche fossi appena uscito da scuola!
Alcuni rimangono vittime di questo sistema di schiavitù, altri decidono di opporsi e di lottare, portati all’estremo dopo aver perso ripetutamente il lavoro e visto il proprio compagno o la propria compagna ammazzarsi solo per le spese affittuarie.
Abbiamo deciso, quindi, di occupare cinque anni fa, di passare nell’“illegalità” perché in questo paese l’emergenza abitativa non esiste, non viene gestita, non viene considerata. E se vivi un disagio economico o abitativo è colpa tua, lì rimani e lì rimarrai.
Se vivi un disagio economico o abitativo, ti ribelli ed esteriormente non sei “italiano” vieni emarginato, denigrato, utilizzato  per alimentare odio tra poveri, descritto a chi vive il tuo stesso disagio come un occupante illegale, ladro, disonesto, anche se combatti per i diritti di tutti e a che a tutti vengono negati.
Nessuno racconta mai chi siamo realmente e quale disagio globale rappresentiamo. Forse se fossimo stati tutti “italiani” ci avreste visto in modo diverso, magari ci avreste appoggiati. Invece, giudicati solo in base all’estetica, per voi e i numerosi giornalisti che venivano a vederci a Santissimi Apostoli eravamo solo “migranti”. Poi mi chiedo che migrante sei quando sei nato qui o cammini sul suolo italiano da più di trent’anni!
Una volta sgomberati da palazzo di Cinecittà che avevamo occupato, ovviamente per i “migranti” non c’era alcuna soluzione alternativa (per chi occupa, quindi per chi prova a gestirsi e ad aiutarsi da solo non c’è alcuna soluzione, non va data alcuna soluzione, soprattutto abitativa), non ci rimaneva altro che farci sentire. Abbiamo presidiato quindi il portico di una chiesa, la chiesa dei Santissimi Apostoli.
Tanti sono stati i giornalisti venuti a intervistare questi “migranti”, nessuna risposta è però arrivata dalle istituzioni o dallo Stato.
Era il 10 agosto 2017 la prima notte che abbiamo dormito lì, sopra pezzi di cartone. Anziani, donne, bambini, adolescenti… tutti.
Passa il primo mese… 10 settembre 2017: arrivano coperte, materassi, tende. È pieno di giornalisti ma non c’è alcuna considerazione da parte delle istituzioni.
10 ottobre 2017, terzo mese.
Ormai viviamo lì, usiamo il bagno della chiesa (hanno solo acqua fredda) in base ai loro orari. Ogni mattina i nostri compagni, sempre presenti, ci portano the caldo e caffè, pranzo e cena dalle altre occupazioni. Alcuni volontari, incuriositi, ci portano giochi per i bambini, quaderni e penne (è già cominciata la scuola per i nostri figli), vestiti, coperte, ecc.
10 novembre 2017.
Sono passati quattro mesi. Abbiamo ottenuto un tavolo con l’assessora Baldassarre, che non viene minimamente toccata dall’argomento e che propone solo alle famiglie di dividersi per qualche periodo spostandosi in qualche casa-famiglia, senza alcuna garanzia o eventuale soluzione al termine di questo periodo ma separando comunque i nuclei famigliari.
Che fare con gli anziani o i single?
Chissenefrega!
Intanto comincia a fare freddo. Lavatrici sotto i portici delle chiese non si trovano e lavarsi i vestiti ogni giorno con l’acqua fredda sta diventando pesante (come dicevamo prima usavamo il bagno della chiesa in base ai loro orari). Durante la notte diventa scomodo uscire dalla chiesa per andare a fare i propri bisogni tra le macchine… e non sempre ti dice bene!
Cominci a metterti le bottiglie d’acqua vuote da parte o una bacinella (accanto a una boccetta d’alcool per neutralizzare gli odori), qualcuno usa il vasino dei propri bambini.
Già, i bambini.
Nessuno ha pensato ai figli dei “migranti” nati in Italia.
Nonostante la situazione portavamo ogni giorno i nostri figli a scuola. I più grandi, quelli intorno ai 12/13 anni, cresciuti tutti insieme come fratelli, andavano a scuola insieme e tornavano verso le 14e45 per mangiare il pranzo che gli avevamo lasciato, ormai freddo (perché sotto i portici non si trovano le lavatrici ma neppure le cucine!), giocavano un po’ sul marciapiede e poi si mettevano a fare i compiti, finché c’era luce.
Ogni giorno ci svegliavamo tutti alle 6, 6e30, l’ora in cui ci portavano te, latte e caffè caldo. Poi tutti a fare la fila per il bagno della chiesa e a prepararci per un’altra giornata sotto il porticato.
10 dicembre 2017, quinto mese.
Inutile dire che ormai siamo diventati l’“attrazione” del posto, non in modo positivo ovviamente.
A parte i volontari, sempre disponibili a portarci coperte, vestiti, giocattoli e qualche pasto caldo, non eravamo ben visti dai fedeli che entravano a visitare la Basilica e venivamo guardati con aria schifata, con disapprovazione e paura. Già, paura. Che paura la povertà, che paura la realtà!
Ci additavano come “la rovina dell’Italia” e non come i “rovinati dall’Italia”… perché, come dicevamo prima, se sei vittima di un disagio sociale è solo colpa tua.
Intanto si fa avanti la Regione Lazio. Sembra interessata al nostro caso, al “caso dei migranti”.
Fissiamo un tavolo, poi rimandato alla fine del dicembre 2017.
Tramite la Regione, veniamo a conoscenza di un palazzo che potrebbe ospitare Santi Apostoli, il famoso palazzo di via Ventura, in zona Pineta Sacchetti: un palazzo della Regione in uso, però, al Comune.
Vi ricordiamo che il Comune non ha alcuna intenzione di trattare con gli occupanti, per loro chi occupa per via di un disagio sociale, economico, non ha diritto ad alcuna abitazione né soluzione, temporanea o meno che sia.
La notizia però incuriosisce, teniamo una conferenza stampa a piazza Venezia, sotto Spelacchio, che per il momento sembra il solo e vero problema della città di Roma.
Fissiamo un altro tavolo con la Regione Lazio per il mese di gennaio e Santi Apostoli passa anche il Natale sotto il porticato.
Inutile ricordare il freddo, i bisogni nei nostri bagni improvvisati e i nostri figli, ancora lì.
10 gennaio 2018. È arrivato l’anno nuovo ed è arrivato il sesto mese.
Sei mesi, sei lunghissimi mesi, sei mesi sotto gli occhi indignati della gente che ci fissava, sei mesi a pieno contatto con i piccioni, di giorno, e i topi attratti dal cibo, di notte. Sei mesi fotografati dai turisti e dai giornalisti in cerca di notizie.
Per le istituzioni, però, il pensiero non è mai cambiato.
La Regione comincia a darci delle date di scadenza che riguardano il palazzo destinato a noi. Ci dicono che si tratta di “emergenza freddo” ma che ci importa, viviamo per strada: “emergenza freddo” o “temporanea” urge che qualcuno si renda conto di questa situazione!
È assurdo che degli esseri umani (basta con la storia dei “migranti”) vengano abbandonati coscientemente sotto il porticato di una chiesa. Lasciati lì a marcire perché considerati inferiori dalla mentalità di questo paese e “illegali” per essersi ribellati e essersi aiutati da soli. Illegale, invece, non era il descriversi al popolo come invasori e considerarci criminali, pur sapendo che questo problema – la casa – riguarda migliaia di italiani, a cui comunque non viene data alcuna soluzione, esattamente come a noi.
Dalla Regione, comunque, ci comunicano che al palazzo occorrono alcune modifiche ma che l’ultima parola sarà il Comune ad averla e il comune detta le sue condizioni: parla di “fragilità”… peccato non si rendano conto che ad essere fragili siano i loro cervelli.
10 febbraio 2018, settimo mese.
La tiritera tra la Regione e il Comune va avanti ormai da troppo tempo.
La Regione sembra appoggiarci ma se il Comune non glielo consente possiamo anche morire sotto quel porticato.
Nel corso di un ultimo tavolo ci chiedono altri venti giorni di tempo e di aspettare dopo le elezioni… sarebbe compromettente per loro “aiutare” dei “migranti”.
Chissà come sarebbe andata se ci avessero visti come persone o se fossimo stati tutti “esteticamente” italiani.
A nessuno è interessato delle nostre vite, della salute dei nostri anziani e dei nostri figli.
Per la Regione è stata più importante la scadenza elettorale.
Per il Comune non siamo degni di essere considerati.
Per la Raggi non esistiamo neanche.
 
 
 
Le famiglie di Santi Apostoli

Bene ..ma non ancora benissimo: ora non bisogna mollare!

Evitando la narrazione della riuscita manifestazione di sabato 16 dicembre, vogliamo entrare subito nel merito ed esprimere tutta la nostra fermezza nel proseguire un percorso che ci può portare lontano. Non sarà un ragionamento di “bandiera” quello che vogliamo fare, bensì comprendere fino in fondo le opportunità che ci offre il processo che ha innescato la mobilitazione meticcia dello scorso fine settimana. Intanto una questione davanti alle altre, il protagonismo delle lotte e di una composizione sociale dove i migranti sono in prima fila è stato il valore indiscutibile che si è immediatamente posto in evidenza. La volontà di stare insieme fuori e oltre le dinamiche di appartenenza si è vista ancora in forma latente, ma si è vista. E questo è un indizio sul quale avviare subito una riflessione seria. Capire quindi se si prosegue in questa direzione o si produce una conta che punta a riportare il fiume, che non è ancora in piena, dentro alvei più rassicuranti.

Noi siamo per l’esondazione ed è per questo che non intendiamo mollare. La guerra ai poveri azionata dal ministro Minniti va fermata, ribaltata e sconfitta. Temiamo che ancora una volta, di fronte ad una pur timida insorgenza sociale sia la scure aggressiva l’unica risposta della controparte, come accadde con l’infame articolo 5 del ministro Lupi, una vera e propria dichiarazione di guerra ai movimenti per il diritto all’abitare in concerto con le misure giudiziarie contro l’attivismo sociale messe in campo da diverse procure. Anche questa volta misureremo il governo e ci dovremo fare i conti.

Proseguire senza la consapevolezza di un percorso complesso davanti a noi sarebbe la cosa più sciocca che possiamo fare. Pensare che il debole vento favorevole azionato con il corteo di sabato 16 dicembre da solo sia in grado di gonfiare le vele, sarebbe altrettanto suicida. Ritenere però che la forza sta nei differenti volti delle lotte non è sbagliato. Ma non può essere agito solo sul piano della declamazione di maniera, di un immaginario affascinante ma non concretamente praticabile. Deve essere modello instancabile del lavoro nei territori e “unire le lotte” deve trasformarsi da slogan consunto e maltrattato, in azione sociale politicamente  meticcia.

Non crediamo utile la concorrenza come stimolo tra diversi, pensiamo invece necessario un confronto dentro le pratiche e l’agire sociale quotidiano, così da sviluppare energia in una quantità necessaria per innescare processi a catena di deflagrazione sociale contro la cancellazione dei diritti e l’innalzamento di barriere, confini, zone rosse. Senza perdere la capacità vertenziale di ogni singola lotta e la materialità dei risultati che vanno raggiunti.

Dobbiamo capire inoltre come i “diritti senza confini” si conquistano sulla spinta di un movimento che passo dopo passo comprende la sua forza e la muove verso un orizzonte che passi dalla resistenza all’offensiva. Questo vale per le lotte dell’abitare, dove la riappropriazione come pratica sta subendo una legislazione autoritaria funzionale ad una gestione duramente intelligente degli sgomberi e delle nuove occupazioni, come vale per il comparto della logistica, per i braccianti, per chi vive negli Sprar o nei Cas, per chi lavora in nero e cammina in clandestinità, per chi subisce il ricatto del lavoro precario e della disoccupazione. Questi mondi sono talmente connessi che un semplice corto circuito tra loro può innescare un movimento tellurico notevole, e questo può avvenire sia in termini positivi che negativi. Perché la guerra tra poveri è lì che agita i propri artigli velenosi. Gli ultimi contro i penultimi, gli italiani contro i migranti, i giovani contro gli anziani, gli uomini contro le donne.

Questo enorme disagio sociale in qualche modo sabato si è visto. La piccolissima punta di iceberg che non può sovvertire la realtà e nessun apprendista stregone può accreditarsi come guida di questo popolo, ma che ha dentro di se il portato di una mina vagante, più o meno organizzata, che si sta cominciando a muovere, anche in forma disordinata come è avvenuto durante il corteo, ma con la determinazione di chi con dignità da vendere ha alzato la testa e sta guardando negli occhi i propri schiavisti.

Allora se davvero pensiamo “a ognuno il suo” questo è il momento di fare la differenza. Sabato non ci siamo sommati ma ci siamo mischiati, vogliamo continuare a farlo per marciare decisi e con una testa meticcia verso la rottura dei confini nazionali, dei recinti etnici e della schiavitù del lavoro.     

 

 

CASO PER CASO, CASA PER CASA: 1 DICEMBRE PRESIDIO IN VIA RAMAZZINI

Lo scorso martedì, come donne occupanti delle case siamo ritornate al Dipartimento delle politiche sociali del Comune di Roma per parlare con l’assessora Baldassarre ed esprimere il nostro assoluto dissenso verso le scelte dell'amministrazione comunale in materia di politiche abitative.
Eravamo in tante anche questa volta, insieme nonostante le differenze di condizioni di vita, di origine sociale e culturale, di aspirazioni e tutte poco disposte a considerarci fragili e illegali.
Abbiamo contestato l'approccio per niente discontinuo che questa amministrazione sta mettendo in campo, tutto finalizzato al mantenimento del meccanismo dell'emergenza con grave sperpero di risorse pubbliche, e rappresentato con forza il nostro rifiuto di un'assistenza che infantilizza le donne chiedendo che si mettano in atto politiche abitative strutturali in grado di dare la casa popolare a tutte le aventi diritto.
Abbiamo rappresentato la necessità di un blocco degli sgomberi e degli sfratti e chiesto la cancellazione immediata della determinazione dirigenziale del 23 ottobre che indice una procedura negoziata per il reperimento di strutture di accoglienza temporanea, come le baracche Ikea della Croce Rossa già disponibili in via Ramazzini.
Abbiamo chiesto all'assessora di assumersi le proprie responsabilità e di smettere di spostare l'attenzione dalle questioni concrete, come sta accadendo in questi giorni con la campagna strumentale sugli “scrocconi”: una minoranza esigua all’interno del panorama delle occupazioni abitative Ater. Abbiamo chiesto di smettere di fomentare la guerra tra poveri attraverso gli sgomberi coatti delle case dell’Ater, considerando che spesso coloro che occupano sono in lista e aspettano lo scorrimento delle graduatorie. Abbiamo denunciato la violenza istituzionale sulle donne, rappresentata al tavolo di confronto da due giovani mamme sgomberate da via Quintavalle che vivono da mesi a Santi Apostoli e che lottano per un alloggio dignitoso rifiutando le (non)soluzioni temporanee.
Nonostante il tono colloquiale e disposto all’ascolto di situazioni e istanze che le istituzioni ignorano, rimaniamo basite di fronte al livello poco politico del confronto, tutto schiacciato sui problemi burocratici, le procedure e le regole da rispettare. Ci è stato risposto che bisogna valutare caso per caso per poter dare delle soluzioni ai singoli e alle famiglie e che l'amministrazione sta lavorando su tre livelli: l’accoglienza (con la determinazione dirigenziale), l’assistenza alloggiativa (Sassat) e le politiche abitative, con la mappatura del patrimonio pubblico e dei beni confiscati alle mafie. Ma alla domanda su cosa farà l'amministrazione per dare casa agli sgomberati di Cinecittà e su come si comporterà di fronte a eventuali altri sgomberi la risposta rimane la stessa: in sintesi, nulla se non la presa in carico individuale da parte dei servizi sociali.
Pensiamo che caso per caso, casa per casa andremo a prenderci ciò che ci spetta agli sportelli municipali, all’assessorato, agli uffici territoriali di competenza finchè non sarà comprensibile a questa giunta che per superare la logica dell’emergenza è necessario prevedere le case per tutte e tutti coloro che ne hanno diritto. Caso per caso e casa per casa intaseremo gli uffici con quelle che loro definiscono “fragilità”, rifiutando di essere colpevolizzate perché senza casa, senza reddito, senza possibilità di usufruire di servizi adeguati e gratuiti per i nostri figli. Caso per caso e casa per casa vogliamo reddito e welfare perché non vogliamo più lavorare gratuitamente per questo paese, per compensare a quei servizi di cura e assistenza che lo stato non vuole elargire. Reddito e welfare che ci spetta perché attraverso il nostro lavoro riproduttivo gratuito teniamo in piedi la struttura economica e sociale di questo paese. Quello stesso lavoro non pagato attraverso il quale è possibile sostenere il regime del lavoro gratuito diffuso, quello dei nostri figli nelle scuole, imposto dall’alternanza scuola- lavoro, nelle università fatto di stage e tirocini, quello dei nostri compagni e amici precario e non tutelato, quello di noi stesse sottopagato e sottoposto al disciplinamento tramite molestie.
Ridurre la complessità delle donne che combattono contro la violenza istituzionale e di genere a procedure, regole e tempi burocratici non ci può bastare. La strada è lunga e cammineremo insieme.
Intanto, mentre ieri mattina è stata inviata un’istanza di autotutela alla sindaca Virginia Raggi e alla direttrice del dipartimento politiche sociali Michela Micheli contro la determinazione dirigenziale sui moduli prefabbricati, rilanciamo il presidio del 1 dicembre in via Ramazzini dove il Movimento per il diritto all’abitare si mobiliterà a partire dalle ore 12.
Nelle baracche andateci voi!
#oralecase


Donne e occupanti del movimento per il diritto all’abitare

La giunta Raggi è sorda e irresponsabile: 23 ottobre conferenza stampa davanti all'occupazione di viale del Policlinico

Le immagini e le parole che abbiamo visto e ascoltato dentro l’aula consiliare del Palazzo Senatorio hanno chiarito in maniera inequivocabile il disprezzo e la distanza tra chi governa la città e chi vive un’emergenza abitativa senza soluzioni.

L’arroganza e la violenza con cui i consiglieri pentastellati si sono scagliati contro la delegazione dei movimenti per l’abitare presenti in aula, dopo aver rifiutato la richiesta d’incontro con i capigruppo e la possibilità di prendere parola durante il consiglio straordinario di martedì 17 ottobre, la dice lunga di come il confronto sia lontano e come le ragioni rappresentate da chi una casa non ce l’ha non siano comprese dalla maggioranza capitolina.

Eppure la composizione vasta di chi sostiene la necessità di misure urgenti per fronteggiare sfratti, sgomberi e pignoramenti, nonché per affrontare una graduatoria con quasi quindicimila famiglie in attesa e risolvere con una soluzione vera la presenza ancora numerosa nei centri di assistenza abitativa temporanea (CAAT), dovrebbe condurre la sindaca e la sua giunta ad una maggiore attenzione. E non risolvere con furore ideologico una questione che rischia ogni giorno di più di trasformarsi in un problema di ordine pubblico.

Sembra quasi che ciò che è avvenuto a piazza Indipendenza sia già dimenticato e le famiglie accampate nel porticato della basilica dei XII apostoli non rappresentino un problema da affrontare urgentemente, con l’inverno alle porte. Anche gli articoli di giornale che insistono quasi quotidianamente su diverse occupazioni abitative non sembrano destare preoccupazioni tanto nella Giunta quanto nella Maggioranza di Virginia Raggi.

La visita della commissione stabili pericolanti presso le occupazioni di viale del Policlinico e di via Carlo Felice, con le possibili accelerazioni verso nuovi sgomberi, poteva e doveva essere affrontata con maggiore serietà utilizzando anche il consiglio straordinario e istruendo un percorso dove tutti i soggetti interessati potevano concorrere a soluzioni non cruente. Invece si è scelta la contrapposizione e la sfida.

Quindi non percepiamo solo sordità da parte dell’amministrazione capitolina ma anche una notevole dose di irresponsabilità e di incapacità di proporre soluzioni che non siano la guerra tra poveri e il rilancio del mercato immobiliare. Irresponsabilità che poi si cercherà, con un capovolgimento della realtà, di scaricare sui movimenti per l’abitare come è già stato fatto per piazza Indipendenza e via Quintavalle a Cinecittà.

Riteniamo giunto il momento che l’intera città prenda coscienza di questo e si mobiliti per impedire che questioni primarie come il diritto alla casa siano affrontate solo con sgomberi e rappresaglie, con minacce e intimidazioni, sempre in difesa della piccola e grande proprietà come è avvenuto con l’ultima delibera che esprime la disponibilità del Comune a sobbarcarsi canoni a prezzo di mercato per chi offrirà alloggi in affitto da mettere a disposizione di chi accetterà il bonus comunale. Non basta stigmatizzare l’operato della sindaca e della sua maggioranza, non è sufficiente solo resistere e barricarsi, ma è arrivato il momento di rilanciare un percorso di lotta ampio, capace di reclamare con decisione un’inversione di rotta nei confronti di chi governa questa città.

Lunedì 23 ottobre ore 12 conferenza stampa

davanti allo stabile occupato di viale del Policlinico 137

 

#stopsgomberi #oralecase

 

Movimento per il diritto all’abitare

Dall’assemblea dell’8 ottobre a piazza Esquilino: #16D manifestazione nazionale a Roma

 Domenica 8 ottobre numerose realtà di movimento provenienti da tutta Italia si sono incontrate in piazza dell’Esquilino a Roma per un’assemblea nazionale nata dall’esigenza di discutere e mettere in connessione quanto sta accadendo nei territori sui temi della sicurezza e della guerra contro i poveri.

Questioni che nel laboratorio repressivo romano hanno avuto una precipitazione nell’estate di sgomberi e arresti contro chi ha resistito alla brutalità di politiche incentrate sulla legalità e il decoro, portate avanti dal governo e sostenute dall’amministrazione capitolina a 5 stelle.

Un’assemblea che, a pochi passi dal ministero dell’interno, ha denunciato l’imposizione della zona rossa di Piazza Indipendenza vietata tassativamente a ogni manifestazione pubblica per il suo valore simbolico e politico come luogo di resistenza e disvelamento della violenza della gestione securitaria e autoritaria dei territori sui corpi di migranti e dei poveri.

Durante il confronto, che ha visto numerosi interventi da diverse città, è emersa la necessità di costruire un percorso comune in grado di invertire una rotta che vede la cancellazione sistematica dei diritti e di fermare chi sta alimentando la guerra tra e contro i poveri, rincorrendo i contenuti della destra più becera e xenofoba, tagliando risorse destinate al sociale e frenando di fronte a provvedimenti di buon senso (per quanto temperati) come lo ius soli.

Tutti gli interventi hanno accolto e rilanciato l’appello degli ex abitanti di via Curtatone e di via Quintavalle alla costruzione di una mobilitazione nazionale per dicembre a Roma, che riesca a coagulare gli sforzi fatti nei territori per iniziare ad articolare un percorso comune che parli le lingue delle lotte e dei diritti contro la retorica della sicurezza urbana e del degrado.

Dalle battaglie territoriali contro l’articolo 5 e gli sgomberi, passando per i percorsi solidali con chi sfida le frontiere e i confini da Ventimiglia alla Sicilia, l’assemblea è stata chiara nell’individuare i responsabili politici della gestione autoritaria delle questioni sociali, assumendo la data di dicembre come punto di partenza di un percorso nazionale in grado di contrastare la gestione del potere e delle risorse urbane, dalle colate di cemento ai business articolati sui corpi delle varie “emergenze”.

Vista la pluralità delle poste in gioco, l’assemblea ha ripetutamente sottolineato la necessità di non dare per scontata alcuna facile alchimia o sommatoria, al fine di costruire una mobilitazione genuinamente sociale intorno ai temi della casa, del reddito e della giustizia sociale, in grado di accogliere le istanze provenienti dai diversi percorsi di lotta e articolata tramite passaggi da immaginare e costruire collettivamente.

Infine, la recrudescenza degli strumenti repressivi e delle misure di prevenzione (come l’estensione della sorveglianza speciale proposta per Paolo e Luca, e che ha visto le realtà romane mobilitarsi il 9 ottobre sotto il tribunale di piazzale Clodio) ha chiarito come la guerra ai poveri e alla libertà di movimento si intrecci ineluttabilmente con la repressione della libertà di dissenso e dell’agibilità politica degli attivisti e delle attiviste bollati come socialmente pericolosi.

L’assemblea si è chiusa assumendo la data del 21 ottobre a Napoli contro il G7 dei ministri dell’interno, che si terrà a Ischia, come punto di partenza e rilancio di un percorso il più possibile condiviso e tutto da costruire, verso un autunno e una primavera che si annunciano ad alta intensità di conflitto.

Dopo un confronto con le reti di movimento proseguito oltre l’assemblea dell’8 ottobre, la data della mobilitazione nazionale, inizialmente individuata per il 2, è stata decisa per sabato 16 dicembre. 

Movimento per il diritto all’abitare romano- Assemblea dei rifugiati sgomberati da via Curtatone

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